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Premessa

Lo scopo di questo lavoro è quello di ripercorrere, aggiungerei doverosamente, le tappe fondamentali di un importante periodo della cultura italiana che, per diversi motivi, è stato a lungo scarsamente considerato: comprende l’arco di tempo che va dalla fine dell’impero austro ungarico a quando l’Italia, in seguito al Trattato di Parigi del 10 febbraio 1947, fu costretta a consegnare alla Jugoslavia i territori dell’alto Adriatico orientale.

Dall’epoca dell’Irredentismo ad oggi si contano varie generazioni di scrittori italiani in una zona che da sempre è stata composita e pluriculturale: consideriamo così la generazione di fine Ottocentodi Stuparich, Marin (non nativi, ma intrinsechi del mondo istriano) e Lina Galli; poi, nel primo Novecento, i tre autori fiumani Morovich, Ramous, Santarcangeli e l’istriano Quarantotti Gambini; in seguito abbiamo la generazione dei fiumani Vegliani, Katunarich e Brazzoduro e degli istriani Cecovini, Maier e Zanini; infine gli ultimi nativi, da Tomizza a Marisa Madieri, da Nelida Milani ad Anna Maria Mori, da Valentino Zeichen a Giancarlo Sirotich, quasi tutti profughi dopo la guerra.

Si tratta evidentemente di un gruppo consistente di scrittori che hanno in comune tra di loro il controverso e drammatico rapporto con i luoghi d’origine provocato dalle dolorose vicende dell’esodo italiano. Il rammarico per la quasi totale estinzione della millenaria civiltà italiana nell’Istria e nel Quarnero (come in Dalmazia) non può avere risarcimento, solamente le scuse, anche se tardive, dell’Italia intera per la vergognosa rimozione della tragedia di quella gente e, per quanto riguarda l’ambito letterario, per il deprecabile oblio verso meritevoli scrittori giuliani. Questo studio si propone pertanto di metterli in luce e dare voce ad autori profondamente connessi a quel territorio e troppo trascurati dalla letteratura nazionale italiana. È proprio la cultura l’unico tramite possibile e sicuro di quelle popolazioni, della loro assidua e laboriosa presenza in quel territorio dove le case sono di pietra bianca e le campagne di terra rossa. Nonostante la tragedia che ha consumato la carne e lo spirito, il ricordo e la cultura consentono la sopravvivenza di quella gente, dei loro volti, delle loro azioni, del loro legame indissolubile e autentico con quella terra che li ha generosamente portati in grembo.

Questo saggio ha anche ricevuto una Menzione d'onore al Premio Letterario "Generale Loris Tanzella", edizione 2015, promosso dall'ANVGD di Verona.

[leggi le motivazioni del premio]

Le ragioni del lungo silenzio sull’esodo italiano

Le cause devono essere individuate essenzialmente nella precisa volontà politica di isolare una cultura e stendere un velo di oblio sullo scomodo e imbarazzante tema dell’esodo. La diaspora ha rappresentato una tragedia umana che ha sconvolto, modificandola inesorabilmente, la fisionomia di una regione e per troppo tempo è stata concepita alla stregua di una vergogna, di una perdita e di una colpa, non come un’esperienza da custodire e valorizzare. L’esodo è stato una profonda e sistematica violazione dei diritti umani e una tragica esperienza di abbandono per gli abitanti di quelle terre. È un sentimento di “pietas” e solidarietà civile quello che dovrebbe cogliere chiunque si soffermi, anche solo per pochi istanti, a considerare la triste vicenda dell’esodo e delle foibe, una pagina di storia drammatica e per troppo tempo negata da certa parte politica e condannata all’indifferenza.Il silenzio a volte è più doloroso di qualsiasi indignazione urlata, di qualunque dichiarazione, di qualunque verità: parliamo del silenzio sulla tragedia delle foibe, le cavità carsiche nelle quali furono gettati vivi dai partigiani del maresciallo Tito decine di migliaia di italiani, del silenzio sull’esodo degli italiani di Istria, Fiume e Dalmazia, costretti a fuggire dalla ferocia e dalla pulizia etnica. Sono tristi pagine della nostra storia che per 50 lunghissimi anni sono state dimenticate, una verità soffocata dall’omertà e messa a tacere con colpevoli silenzi. Purtroppo nessuno restituirà la vita a quelle persone, nessuno ripagherà le sofferenze e le ingiustizie subite, ma riflettere su quei fatti, parlarne con obiettività, servirà a restituire a tutte le vittime la dignità del ricordo. Diversi sono i modi per contrastare una verità scomoda e il più facile da adottare è lo strumento del silenzio: per cancellare la memoria di ciò che non deve essere ricordato, per impedire ai diretti testimoni di parlare di quello che sanno e hanno vissuto, per ottenere che gli altri non vengano a conoscenza di quanto accaduto.

Una delle tante pagine non scritte della nostra storia più recente è proprio quella dell’Esodo di 350000 fiumani, istriani e dalmati che, dal 1945 in poi, a ondate successive, si riversarono in Italia con tutti i mezzi possibili: vecchi piroscafi, macchine sgangherate, treni di fortuna, carri agricoli, barche e addirittura a nuoto o a piedi. Una grande fuga per restare italiani, un Esodo biblico affrontato con coraggio e determinazione quale reazione al violento tentativo di una cruenta snaturalizzazione voluta, nella primavera del 1945, dai partigiani slavi. Improvvisamente l’Istria, Fiume e la Dalmazia furono oscurate dall’ombra minacciosa di un destino terribilmente incerto e rosso di sangue innocente. Le persone erano bloccate dalla paura dei rastrellamenti improvvisi, delle delazioni, delle vendette e delle notizie terrificanti che cominciavano a filtrare di infoibamenti, di affogamenti e di fucilazioni che la giustizia sommaria di sedicenti tribunali del popolo impartiva a tutti coloro che apparivano colpevoli di essere italiani. Le città cominciarono a svuotarsi: da Fiume fuggirono 54 mila su 60 mila abitanti, da Pola 32 mila su 34 mila, da Zara 20 mila su 21 mila, da Capodistria 14 mila su 15 mila. Soltanto l’Esodo degli abitanti di Pola si svolse sotto la protezione inglese con navi italiane. Tutti gli altri istriani, fiumani e dalmati furono costretti ad abbandonare le loro case e i loro beni sotto il controllo poliziesco dei partigiani slavi. Quelli che ottenevano il visto per la partenza potevano portare in Italia solo 5 kg di indumenti e 5 mila lire. Dopo interminabili settimane di attesa e ripetuti e implacabili controlli, si poteva caricare se stessi e le proprie cose su un convoglio diretto al confine, cioè verso la libertà. Il viaggio era breve, ma diventava lungo per le continue verifiche dell’Ozna (la famigerata polizia segreta) che possedeva occhi e orecchi, attraverso traditori e delatori, fino a Trieste. Come ha scritto Amleto Ballarini “Nessuno era mai certo, partendo, di arrivare alla meta. C’era sempre qualche infelice, ad ogni viaggio, che doveva scendere senza fiatare con tutti i suoi miseri bagagli, stretto da due agenti, e gli altri, muti, stavano là a guardarlo dai finestrini del treno mentre s’allontanava, curvo come Cristo sotto il peso della croce”.

A moltissimi il visto venne negato per ragioni politiche, per vendetta, per odio, per non privarsi di personale specializzato, ma soprattutto perché ogni partenza era la conferma di una condanna senza appello per il nuovo regime. Per questi motivi ebbero inizio le fughe drammatiche, di giorno e di notte, fra le doline del Carso attraverso passaggi clandestini noti sino ad allora solo ai contrabbandieri, fughe verso la libertà che molto spesso si concludevano con una raffica di mitra, con lo scoppio di una mina o sul filo spinato. Alcuni coraggiosi affrontarono l’Adriatico con fragili barche a remi e raggiunsero le coste italiane stremati dalla fatica e dalla sete, con le mani spellate e sanguinanti. Per altri invece l’approdo rimase un sogno, catturati dalle motovedette slave, parecchi vennero condannati a lunghi anni di lavori forzati. Ci furono anche sfortunati sorpresi da improvvise bufere e le loro salme furono restituite sulle spiagge romagnole e marchigiane.
È singolare il dolore dell’esule che parte: prima saluta i suoi morti nel cimitero, poi raccoglie le sue cose in una grossa valigia; con le lacrime osserva le cose più care, i ricordi di un tempo felice e poi un addio alla casa, alla terra lavorata inutilmente fino al giorno prima consapevole che è un addio per sempre. Poi parte in silenzio, verso l’ignoto mentre la stampa slava beffarda scrive: “i fascisti scappano come ladri di galline”. E questo Esodo drammatico, le radici strappate con odio e violenza, tutta la tragedia di quella gente, è stata volutamente ignorata dai nostri governanti. Agli inizi degli anni ’50 De Gasperi e Scelba suggerirono la dispersione degli esuli, perché i giuliani erano considerati “nazionalisti pericolosi”. Furono così attrezzati 109 campi profughi: squallidi androni furono divisi in piccoli box, fra tubature arrugginite e sgocciolanti, fra correnti d’aria, odori di fornelli, con la biancheria posta ad asciugare in baracche piantate nel fango e in quelle flagellate dalla bora sul Carso, gli esuli hanno vissuto per anni con la fierezza di coloro che hanno fatto una scelta irreversibile, quella di vivere da italiani in Italia, di essere liberi in Patria. L’Esodo ha rappresentato la ribellione contro le foibe, i saccheggi, l’imposizione forzata di una lingua straniera, le stelle rosse affisse in ogni luogo come triste sigillo di violenza e di morte. L’Esodo è stato un dramma che ha coinvolto 350000 persone che hanno abbandonato affetti, case ed averi pur di restare italiani e che in Italia hanno continuato e continuano ancora a soffrire per l’indifferenza e l’ignoranza di una politica miope, codarda e indifferente alla tragedia di un popolo.

[... continua ...]

 

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